Pavelucce, ovvero il sonno

sonno

A Noci è quasi notte. Un vento freddo sibila tra i tre campanili. La fatica di un’intera giornata si raccoglie per scivolare lenta nel silenzio. In una casa ancora illuminata c’è qualcuno che, vinto dalla stanchezza, tra uno sbadiglio e l’altro pronuncia sommesso: «Me stè vvéne Pavelucce». Ossia, letteralmente, ‘sta arrivando Paoluccio’. In senso figurato, ‘ho molto sonno’.
Perché quel nome col suffisso vezzeggiativo sta lì a simboleggiare il sonno? Quale storia si nasconde dietro questa espressione? Procediamo per ordine.

Pavelucce è − nel dialetto di Noci e in altre parlate centromeridionali[1] − una parola deonimica, cioè un nome comune che deriva da un nome proprio di persona. Appartiene, dunque, a quella schiera di voci di cui fanno parte il cicerone che ci accompagna come guida turistica (dal celebre oratore latino[2]), l’atlante che sfogliamo per programmare un viaggio (dal titano che reggeva sulle spalle il peso della Terra[3]) e persino il carpaccio che delizia le nostre papille gustative (dal cognome del pittore Vittore Carpaccio, che nei suoi quadri non disdegnava la sfumatura di rosso che colora quel tipo di carne cruda[4]).

La storia di Pavelucce è ancora più interessante. Rimanda, infatti, a un episodio degli Atti degli Apostoli che riguarda addirittura san Paolo, l’uomo più decisivo della storia del Cristianesimo. A questo punto, siete legittimati a chiedermi con l’intonazione tipica del nocese incredulo: cià cc’éndre? Che c’entra san Paolo con Pavelucce? Perché è associato al sonno? La storia è molto semplice.
San Paolo si trova a Troade e conversa con un gruppo di fedeli:

e poiché doveva partire il giorno dopo, prolungò la conversazione fino a mezzanotte. C’era un buon numero di lampade nella stanza al piano superiore […]; un ragazzo chiamato Eutico, che stava seduto alla finestra, fu preso da un sonno profondo mentre Paolo continuava a conversare e, sopraffatto dal sonno, cadde dal terzo piano e venne raccolto morto.[5]

Ora, Eutico in greco significa letteralmente ‘fortunato’. Ebbene, proprio questo ragazzo, così fortunato nell’ascoltare il più grande uomo del suo tempo, non resistette al discorso fiume del santo di Tarso. Da questo episodio deriva Pavelucce: è il sonno di san Paolo, un sonno così forte da provocare cadute potenzialmente mortali come quella capitata al povero Eutico. Fortunatamente, la storia ha un lieto fine:

Paolo allora scese giù, si gettò su di lui, lo abbracciò e disse: «Non vi turbate; è ancora in vita». Poi risalì, spezzò il pane e ne mangiò e dopo aver parlato ancora molto fino all’alba, partì.[6]

Avete letto bene: dopo aver risuscitato il ragazzo, san Paolo riprese a parlare addirittura fino all’alba! È per questa sua dote fuori dal comune che, ogni volta che si avvicina la notte, i nocesi rievocano in dialetto Pavelucce, affidando a quel nome santo il sonno e la spossatezza da cui sono avvinti.

Di giorno, invece, l’episodio di san Paolo ed Eutico viene ricordato con un’altra espressione. Quando ci si imbatte in una persona pigra e indolente, c’è ancora qualcuno a Noci che commenta con una punta di disprezzo: «Cudde é próprje da chèse de san Pàvele!»


[1] Cfr. con il significato di ‘sonno’ a Napoli, in Abruzzo e in Calabria i tipi fra Pavolo, messe’ Pavolo e don Paolino; in Irpinia páolo; a Bitonto paulucce; a Brindisi paulicchio; in B. MIGLIORINI, Dal nome proprio al nome comune. Studi semantici sul mutamento dei nomi propri di persona in nomi comuni negl’idiomi romanzi, Ginevra, Leo S. Olschki Ed., 1927, p. 249.

[2] Nonostante Quintiliano avesse profetizzato per Cicerone il valore di ‘oratore eloquente’ (Institutio oratoria, X, I, 112), il cognomen del grande oratore romano si è affermato come ‘guida’ già nella prima metà del ‘700, come si evince da un’opera postuma del 1726 di Jospeh Addison; cfr. B. MIGLIORINI, Dal nome proprio al nome comune cit., p. 141.

[3] Il nome del titano figlio di Giapeto compare già verso il 1527-1573 sul frontespizio di raccolte di geografia; cfr. B. MIGLIORINI, Dal nome proprio al nome comune cit., p. 90.

[4] Carpaccio come nome comune è stato coniato da Giuseppe Cipriani, proprietario dell’Harry’s bar, nel 1963. Proprio in quell’anno si teneva a Venezia una mostra sul pittore veneziano Vittore Carpaccio; cfr. G. L. BECCARIA, Tra le pieghe delle parole, Torino, Einaudi, 2008, p. 93.

[5] Atti degli Apostoli, XX, 7-9.

[6] Ibidem, XX, 10-12.


giovanni csGiovanni Laera

Dottore di ricerca in “Linguistica italiana”, è coautore del “Dizionario etimologico del dialetto di Noci”. Ha tradotto in dialetto alcuni sonetti di Shakespeare. Scrive canzoni folk. Insomma, fa cose e vede gente.

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Una risposta a "Pavelucce, ovvero il sonno"

  1. Cudde é próprje da chèse de san Pàvele forse si dice così perché, dopo che San Paolo aveva predicato fino a mezzanotte, dovette continuare fino all’alba. Alla fine (gli abitanti della casa … di S.Paolo) lo ringraziarono solo per aver salvato il ragazzo, di tutto il resto avevano capito poco o nulla.

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